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Benedetto XVI, i funerali di papa Ratzinger in diretta | Piazza San Pietro è già piena di fedeli

giovedì, Gennaio 5th, 2023

di Redazione Online

Alle 9.30, i funerali di Ratzinger, «solenni ma sobri»: ultime notizie. Sono attesi oltre 100mila fedeli

Benedetto XVI, i funerali di papa Ratzinger in diretta | Piazza San Pietro è già piena di fedeli

• Alle 9.30 iniziano i funerali di Benedetto XVI.
• In Vaticano sono attesi oltre 100mila fedeli, al rito presenzieranno 3.700 sacerdoti.
• Rispetto al protocollo tradizionale, ci saranno alcune variazioni: per esempio non è prevista la processione dal Palazzo Apostolico né un conclave.
• Per Papa Francesco inizia ora la «fase due» del Pontificato.

Ore 08:31 – Tra poco comincia il trasporto del feretro, rosario alle 8:45

(di Fabrizio Roncone) Dal portone della basilica ha fatto capolino il cardinale decano Giovanni Battista Re, che celebrerà la messa funebre (Papa Francesco terrà solo l’omelia e i riti di commiato finali): sul sagrato, ai lati dell’altare, nei posti riservati, affluiscono le delegazioni straniere, autorità politiche (Pier Ferdinando Casini accolto come un cardinale emerito), gli ultimi rappresentanti della nobiltà papalina romana. Con Battista Re, concelebreranno altri 120 cardinali, 400 vescovi, 3700 sacerdoti. Due chierichetti portano l’ultimo enorme candelabro. Non ci sono fiori. Dagli altoparlanti, i canti sacri del coro della Sistina. Tra pochi minuti comincerà il trasporto del feretro del Papa emerito, che giungerà così sul sagrato. Alle 8:45, è previsto l’inizio del rosario che precede la cerimonia funebre.

Ore 08:29 – Alemanno: «Sono venuto a salutare un Santo»

«Sono venuto a salutare un Papa che sentivo amico quando lo incontravo da Sindaco e che oggi percepisco già come un Santo». Sono le parole di Gianni Alemanno, ex sindaco di Roma e portavoce del comitato «Fermare la Guerra», all’Agi mentre entra in una piazza San Pietro già piena di fedeli per i funerali.

Ore 08:21 – Nebbia a Roma, in Vaticano dall’alba. «È stato il Papa della mia infanzia»

(di Ester Palma) Il giorno dei solenni funerali di Benedetto XVI Roma si sveglia sotto una fitta nebbia. Ma il popolo di papa Ratzinger è lì, molti da prima dell’alba: «È stato il Papa della mia infanzia, mia nonna me lo faceva vedere sempre in tv. Ora lei non c’è più e io sono qui anche per lei», racconta Martina Chiari, 22 anni, partita da Firenze apposta con due amiche.

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(Ap)

Ore 08:09 – La Russa ha l’influenza, per il Senato ci sarà Gasparri

A causa di un «leggero stato influenzale» il Presidente del Senato Ignazio La Russa «non parteciperà ai funerali di Papa Benedetto XVI. Il Senato sarà rappresentato dal vicepresidente Maurizio Gasparri». Lo comunica la presidenza del Senato.

Ore 07:47 – Piazza San Pietro inizia a riempirsi di fedeli

(di Fabrizio Roncone) Il colpo d’occhio su piazza San Pietro, che inizia a riempirsi sotto un cielo basso, nebbioso, nelle luci giallognole dei lampioni: folla di fedeli, suore che recitano il rosario, colf straniere, preti, turisti in vacanza che si sono ritrovati dentro un evento mondiale, boy-scout, crocerossine in divisa. Transenne, metal-detector, spaventoso spiegamento di polizia e carabinieri, i cecchini già appostati sul colonnato del Bernini. E poi: ecco i cardinali che sfilano diretti all’interno della Basilica insieme a donne vestite di nero, con cappelli neri come le veline. Guardie svizzere in alta uniforme. L’altare, laggiù, sul sagrato dove, alle 9, giungerà il feretro del Papa emerito Benedetto XVI.

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(Ap)

Ore 07:50 – Un pezzo di Baviera a San Pietro: la banda con strumenti e vessilli

(di Paolo Conti) Ore 7, via delle Fornaci (che collega a san Pietro l’area di villa Pamphilj e del quartiere Gianicolense) diventa un pezzo di Baviera. Tre pullman fanno sbarcare un gruppo compatto di componenti di una banda musicale con vessilli bianco/celesti (il vessillo della Baviera), i caratteristici cappelli piumati, le giubbe di pelle per gli uomini e le gonne ampie e fiorate per le donne. Si mettono in fila e ricevono ordini secchi, di sapore militare. I romani che abitano lì si affacciano incuriositi, a Roma si vede di tutto ma questo è uno spettacolo insolito. Poi un grido e la banda parte con gli ottoni in prima fila. Però anche loro devono superare i controlli di sicurezza. Tromboni e pifferi inclusi.

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(Ap)

Ore 07:47 – Il libro di padre Georg sulla vita di Ratzinger: il racconto dell’ultimo giorno del pontificato

(di padre Georg Gänswein) L’ultimo giorno del pontificato l’ho vissuto quasi in apnea. Al mattino, nella sala Clementina, ci fu l’incontro di Benedetto con i cardinali presenti a Roma. Era stato un suo vivo desiderio poter dare loro un saluto di congedo collettivo e la scelta di prorogare al 28 febbraio la permanenza sulla Cattedra di Pietro aveva tenuto conto anche della necessità di consentire ai più lontani il tempo per sistemare le cose in diocesi prima di raggiungere Roma. «Per me è stata una gioia camminare con voi in questi anni, nella luce della presenza del Signore risorto. La vostra vicinanza e il vostro consiglio mi sono stati di grande aiuto nel mio ministero», furono le grate parole pronunciate da Papa Ratzinger. […]

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Il popolo di Benedetto XVI: tre ore in fila per l’addio al Papa emerito

martedì, Gennaio 3rd, 2023

Elena Stancanelli

Un gruppo di ragazzi e ragazze di Reggio Emilia si interroga su come piazzare il selfie su Instagram. Sono venuti a Roma in vacanza, hanno girato tutta la città da tre giorni, sono allegri, giovani. Ci siamo consultati per capire se valeva la pena fare la fila, ci hanno detto che per arrivare fino davanti al feretro del Papa ci vogliono due o tre ore. Abbiamo deciso che è troppo. Peccato, dice un ragazza, sarebbe stato bello: è un avvenimento storico, una cosa da ricordare. Quella volta che eravamo a Roma ed è morto il Papa e tizio stava ancora con tizia, e tizia non aveva ancora due gemelli… quelle cose che quando sei vecchio ti fa piacere averle fatte. Esserci o non esserci.

A piazza San Pietro stanno montando le postazioni per le televisioni, sistemano le ultime eleganti transenne di legno verde. I preparativi per il funerale si svolgono con discrezione, mentre i fedeli scorrono. Il cerimoniale sarà diverso da quello che una tradizione millenaria prevede per un tradizionale Papa? Cosa prevede l’etichetta quando a morire è il Papa emerito, l’altro Papa? Ci sarà la stessa copertura internazionale della stampa? Per adesso si aggirano tra i due lati di scorrimento di via della Conciliazione pochi corrispondenti.

Si riconoscono perché sono eleganti, le donne hanno il trucco rifatto, gli uomini portano la cravatta. Alcuni sfoggiano il pass, l’accredito ufficiale grazie al quale potranno muoversi con agilità. Brandiscono il microfono e si piantano aggressivi, delimitano il territorio, anche se intorno a loro lo spazio è ancora vuoto. Ma conservano il ricordo delle celebrazioni per la morte di Giovanni Paolo II: incontenibili, infinite, l’intero quartiere occupato per una settimana da una fiumana di gente che non si riusciva a fendere in nessun modo. Quindi, per garantirsi una buona visuale tra tre giorni, già sgomitano, per precauzione.

Intorno a loro la folla eterogenea che non ti aspetti. Molte suore, certo, e preti, ma anche molti ragazzi e ragazze giovani, alcuni dei quali sono venuti da soli, e un numero impressionante di famiglie con bambini. Passeggini, carrozzine, creature addormentate in braccio o disperate, sedute per terra. Da qui l’Italia non sembra affatto un paese in crisi demografica permanente. Ma a guardare bene, di italiani non ce ne sono molti. In fila, oggi, ci sono soprattutto stranieri. Turisti di tutte le lingue, molti dei quali sembrano capitati un po’ per caso. Testimoni casuali di un avvenimento storico, si sono trasformati in diligenti spettatori. L’evento.

Per accedere alla piazza è previsto un sistema di code successive, a ognuna delle quali, come se davvero si camminasse verso una qualche saggezza, si deve abbandonare qualcosa alle spalle. Nella prima l’acqua. Decine e decine di poliziotti ripetono per ore la stessa frase: non si può portare nessun liquido dentro la piazza. Fatevi questa bella bevuta prima di entrare, dice qualcun altro, che fa bene. Tutto, sempre, in italiano. “One moment please”, unico mantra internazionale. Ma i turisti sono docili, e abituati, e capiscono. Chissà cosa ne faranno poi di quelle pile di bottigliette di plastica sequestrate che si accumulano nel colonnato.

Nella seconda ci sono i metal detector, uguali a quelli per i controlli negli aeroporti. Vegliati da altri poliziotti che pigramente distribuiscono le cassette di plastica che scorrono sui tapis roulants con borse e telefoni da monitorare. Anche loro hanno cestini della spazzatura nei quali buttano quanto è stato respinto dalla censura della macchina. Liberati da ogni peso, raggiunto il centro della piazza, si offre davanti ai nostri occhi un intrigo di code di rara complessità: non si capisce dove inizino e se davvero finiscano dentro la chiesa. L’unica cosa che si può fare è avere fede e accodarsi a quella che ci sembra scorra più rapida.

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Benedetto XVI isolato nel monastero con padre Georg e quattro «memores». Da mesi non parla più

giovedì, Dicembre 29th, 2022

di Massimo Franco

I misteri e i veleni sul dualismo con Bergoglio: nonostante la lealtà e il rispetto reciproco tra predecessore e successore, la sua longevità ha nutrito per quasi un decennio la leggenda destabilizzante dei «due Papi»

 Benedetto XVI isolato nel monastero con padre Georg e quattro «memores». Da mesi non parla più

Sembra una notizia che filtra da un altro mondo, sideralmente remoto da quello reale. E in qualche modo lo è. Forse perché quel Monastero nascosto nei giardini vaticani, dove Benedetto XVI si è ritirato da quasi dieci anni, è ad appena tre minuti di auto da Porta Sant’Anna, quella da cui si entra in Vaticano per andare alla farmacia, allo Ior, all’Archivio segreto; ma arrivarci significa compiere un viaggio mentale che fa perdere la nozione dello spazio e del tempo, tra viali deserti, altari, fontane, cactus enormi e improbabili, che spuntano tra le garitte di gendarmi vaticani in allerta davanti a qualunque viso sconosciuto. Le condizioni del papa emerito Benedetto si sono aggravate, Francesco ha chiesto di pregare per lui, e lo è anche andato a trovare: sono queste le notizie convulse di ieri.

Ma Joseph Ratzinger è ancora, disperatamente, vivo. Anche se con i suoi quasi 96 anni potrebbe spegnersi da un momento all’altro. Anche se pensava di morire sei mesi dopo la rinuncia del febbraio del 2013, e il fatto di essere sopravvissuto così a lungo ha alimentato il mistero sulle vere ragioni delle sue «dimissioni» epocali. Nonostante la lealtà e il rispetto reciproco tra predecessore e successore, la sua longevità ha nutrito per quasi un decennio la leggenda destabilizzante dei «due Papi»: benché Benedetto abbia fatto di tutto per ridimensionarla e smentirla. D’altronde, Ratzinger è stato «emerito» più a lungo che «regnante»: eletto nel 2005, ha lasciato nel 2013. Otto anni contro quasi dieci. Ad ogni occasione ha cercato di ribadire che «il Papa è uno solo». Ma i tradizionalisti che pure lo hanno sempre considerato una propria icona non si sono rassegnati.

Si è dato corpo al fantasma, se non alla realtà di «due Chiese». Benedetto è stato strumentalizzato di volta in volta da anti bergogliani e bergogliani, per motivi opposti. E non è stato mai chiaro fino in fondo quanto il pontificato emerito abbia influenzato e condizionato quello del papa argentino; e quanto il Monastero Mater Ecclesiae, la «Madre della Chiesa», abbia segnato alcune mosse di Bergoglio e della sua corte di Casa Santa Marta, l’hotel dentro le mura vaticane dove vive dal giorno dell’elezione. Una tesi sostiene che finché le riforme di Francesco sono andate avanti spedite, la sintonia con Benedetto è stata totale. Ma quando si è capito che arrancavano, che apparivano troppo visionarie, è cresciuta la tentazione di vedere nella filiera dei nostalgici di Ratzinger i frenatori, e nel Monastero una sorta di contropotere allo stato latente.

Negli ultimi anni si è assistito a uno scontro neanche troppo larvato tra le frange più estreme dei «tifosi» dell’uno e dell’altro. Contro, va sottolineato, la volontà di Francesco e Benedetto. È un conflitto che negli ultimi mesi si è in qualche maniera quietato, o almeno diplomatizzato. Forse perché la voce del papa emerito si è affievolita fino a spegnersi: da alcuni mesi non riesce più a articolare le parole. O magari perché il rischio di una rottura troppo vistosa nella Chiesa cattolica ha suggerito una tregua di fatto tra fazioni. Ma difficilmente la dicotomia verrà archiviata o si spegnerà quando Benedetto morirà. Anzi, per paradosso potrebbe ravvivarsi, sommandosi alle voci di dimissioni dello stesso Francesco, che emergono a intermittenza per bocca dello stesso papa argentino.

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Papa Francesco: “In nome di Dio, fermate la guerra”

domenica, Ottobre 16th, 2022

Anticipiamo un brano del libro che Papa Francesco pubblica alla soglia del decimo anno di pontificato. Nel volume «Vi chiedo in nome di Dio. Dieci preghiere per un futuro di speranza», a cura di Hernán Reyes Alcaide (Piemme, in uscita martedì), il Pontefice lancia un appello universale a costruire insieme un orizzonte di pace, un mondo migliore

FRANCESCO

Più di duemila anni fa il poeta Virgilio ha plasmato questo verso: «Non dà salvezza la guerra!». Si fa fatica a credere che da allora il mondo non abbia tratto insegnamenti dalla barbarie che abita i conflitti tra fratelli, compatrioti e paesi. La guerra è il segno più chiaro della disumanità.

Quel grido accorato risuona ancora. Per anni non abbiamo prestato orecchio alle voci di uomini e donne che si prodigavano per fermare ogni tipo di conflitti armati. Il magistero della Chiesa non ha risparmiato parole nel condannare la crudeltà della guerra e, nel corso del XIX e del XX secolo, i miei predecessori l’hanno definita «un flagello», che «mai» può risolvere i problemi tra le nazioni; hanno affermato che la sua esplosione è una «inutile strage» con cui «tutto può essere perduto» e che, in definitiva, «è sempre una sconfitta dell’umanità». Oggi, mentre chiedo in nome di Dio che si metta fine alla follia crudele della guerra, considero inoltre la sua persistenza tra noi come il vero fallimento della politica.

La guerra in Ucraina, che ha messo le coscienze di milioni di persone del centro dell’Occidente davanti alla cruda realtà di una tragedia umanitaria che già esisteva da tempo e simultaneamente in vari paesi, ci ha mostrato la malvagità dell’orrore bellico. Nel secolo scorso, in appena un trentennio, l’umanità si è scontrata per due volte con la tragedia di una guerra mondiale. Sono ancora tra noi persone che portano incisi nei loro corpi gli orrori di quella follia fratricida. Molti popoli hanno impiegato decenni a riprendersi dalle rovine economiche e sociali provocate dai conflitti. Oggi assistiamo a una terza guerra mondiale a pezzi, che tuttavia minacciano di diventare sempre più grandi, fino ad assumere la forma di un conflitto globale.

Al rifiuto esplicito dei miei predecessori, gli eventi dei primi due decenni di questo secolo mi obbligano ad aggiungere, senza ambiguità, che non esiste occasione in cui una guerra si possa considerare giusta. Non c’è mai posto per la barbarie bellica. Tantomeno quando la contesa acquisisce uno dei suoi volti più iniqui: quello delle cosiddette “guerre preventive”. La storia recente ci ha dato esempi, perfino, di “guerre manipolate”, nelle quali per giustificare attacchi ad altri paesi sono stati creati falsi pretesti e sono state contraffatte le prove. Per questo chiedo alle autorità politiche di porre freno alle guerre in corso, di non manipolare le informazioni e di non ingannare i loro popoli per raggiungere obiettivi bellici.

La guerra non è mai giustificata. Infatti non sarà mai una soluzione: basti pensare al potere distruttivo degli armamenti moderni per immaginare quanto siano alti i rischi che una simile contesa scateni scontri mille volte superiori alla supposta utilità che alcuni vi scorgono.

La guerra è anche una risposta inefficace: non risolve mai i problemi che intende superare. Forse lo Yemen, la Libia o la Siria, per citare alcuni esempi contemporanei, stanno meglio rispetto a prima dei conflitti?

«Vi chiedo in nome di Dio. Dieci preghiere per un futuro di speranza», di Papa Francesco, a cura di Hernán Reyes Alcaide, Edizioni Piemme, 160 pagine, 16,90 euro, in uscita il 18 ottobre  

Se qualcuno pensa che la guerra possa essere la risposta, sarà perché sbaglia le domande. Il fatto che noi a tutt’oggi ci troviamo ad assistere a conflitti armati, a invasioni o a offensive lampo tra paesi, manifesta la mancanza di memoria collettiva. Forse il XX secolo non ci ha insegnato il rischio che corre tutta la famiglia umana davanti alla spirale bellica?

Se davvero siamo tutti impegnati a porre fine ai conflitti armati, manteniamo viva la memoria in modo da agire in tempo e fermarli quando sono in gestazione, prima che divampino con l’uso della forza militare. E per riuscirci servono dialogo, negoziati, ascolto, abilità e creatività diplomatica, e una politica lungimirante capace di costruire un sistema di convivenza che non sia basato sul potere delle armi o sulla dissuasione.

E poiché la guerra «non è un fantasma del passato, ma è diventata una minaccia costante» (lettera enciclica “Fratelli tutti”, 256), torno a ricordare lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, il quale diceva che oggi è imprescindibile compiere una «trasfusione di memoria» e invitava a prendere qualche distanza dal presente per udire la voce dei nostri antenati.

Ascoltiamo quella voce per non vedere mai più le facce della guerra. Infatti la follia bellica resta impressa nella vita di chi la subisce in prima persona: pensiamo ai volti di ogni madre e di ogni figlio costretti a fuggire disperatamente; a ogni famiglia violata; a ogni persona catalogata come “danno collaterale” degli attacchi, senza alcun rispetto per la sua vita.

Vedo contraddizione tra quanti rivendicano le loro radici cristiane ma poi fomentano conflitti bellici come modi per risolvere gli interessi di parte. No! Un buon politico deve sempre puntare sulla pace; un buon cristiano deve sempre scegliere la via del dialogo. Se arriviamo alla guerra è perché la politica ha fallito. E ogni guerra che scoppia è anche un fallimento dell’umanità.

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Kazakistan, il Papa ai leader religiosi del mondo: “Mai giustificare la violenza. Il sacro non sia puntello del potere. Dio porta pace, non guerra”

mercoledì, Settembre 14th, 2022

Domenico Agasso

INVIATO A NUR-SULTAN. «Siamo fratelli, figli dello stesso cielo. Basta fondamentalismi». Papa Francesco al Congresso dei Leader delle Religioni mondiali e tradizionali a Nur-Sultan, capitale del Kazakistan, lancia un accorato appello: «Mai giustificare la violenza. Il sacro non diventi puntello del potere. Dio conduce alla pace, mai alla guerra». Il Pontefice sottolinea che la libertà di fede è «diritto inalienabile», occorre «promuoverla ovunque». Avverte che con il Covid tutti sono «sullo stesso piano», ora servono «umiltà e lungimiranza». Finché imperverseranno «disparità e ingiustizie», dureranno odio e terrore. Il maggior fattore di rischio «dei nostri tempi permane la povertà». Bisogna proteggere la «casa comune dagli stravolgimenti climatici» e dalla «mentalità dello sfruttamento».

Nella sua seconda giornata nella Capitale kazaka, il Pontefice arriva in auto dalla nunziatura apostolica, dove alloggia, al «Palazzo dell’Indipendenza, nella piazza centrale, dove si apre il 7/o Congresso dei Leader delle Religioni mondiali e tradizionali, al quale è stato invitato dal presidente della Repubblica Kassym-Jomart Tokayev. Dopo la preghiera in silenzio dei leader religiosi nella «Sala delle Conferenze» – dove il Vescovo di Roma entra in sedia a rotelle, subito salutato da Ahmad Al-Tayyeb, grande imam di Al-Azhar – inizia la conferenza. Quindi seguirà la foto di gruppo dei partecipanti e gli incontri in forma privata.

Il Congresso dei Leader delle Religioni mondiali e tradizionali, che quest’anno (14-15 settembre) è dedicato al ruolo dei leader delle varie confessioni nello sviluppo spirituale e sociale dell’umanità nel periodo post pandemico, si è svolto per la prima volta a Nur-Sultan, allora Astana, dal 23 al 24 settembre 2003, su iniziativa del primo presidente della Repubblica del Kazakistan, Nursultan Abishevich Nazarbayev. È stato un avvenimento unico, perché, per la prima volta, ha visto i rappresentanti dell’intero mondo religioso riunirsi attorno a un unico tavolo, allo scopo di trovare punti di riferimento comuni per creare un’istituzione internazionale permanente, garantire il dialogo interreligioso e un processo decisionale coordinato. Da allora, tutti i Congressi che si sono susseguiti, ogni tre anni – nel 2006, 2009, 2012, 2015 e 2018 – fatta eccezione di quest’ultimo, che è stato posticipato di un anno a causa della pandemia, hanno visto la partecipazione di leader e rappresentanti di spicco islamici, cristiani, ebrei, buddisti, shintoisti, taoisti e di altre religioni tradizionali, e, alla fine di ogni incontro, la pubblicazione di un documento conclusivo congiunto, contenente dichiarazioni e appelli rivolti ai cittadini, ai popoli e ai governi dei paesi del mondo. Sempre al centro delle discussioni, la promozione del dialogo interreligioso per il bene della pace e dello sviluppo e l’importanza del ruolo dei leader religiosi nel rafforzamento della sicurezza internazionale. La sala circolare, dove si sono riuniti triennalmente, dopo il 2003, i delegati delle principali religioni e fedi del mondo, si trova all’interno del Palazzo della pace e della riconciliazione, conosciuto anche come «Piramide della pace e della riconciliazione», progettato dallo studio Norman Foster & Partners, costruito appositamente per questo evento nel 2004, e completato nel 2006, su iniziativa del presidente Nazarbayev. La struttura è stata concepita come sede permanente del Congresso e centro globale per la comprensione religiosa, la rinuncia alla violenza e la promozione della fede e dell’uguaglianza umana. Per ragioni di capienza, però, quest’anno l’evento si svolge nel Palazzo dell’Indipendenza.

Numerosi e di alto livello gli interventi previsti oggi. Dopo l’indirizzo di benvenuto di Tokayev, il primo intervento è quello di Jorge Mario Bergoglio. Seguono quelli di Ahmad Al-Tayyeb, grande imam di Al-Azhar, del metropolita Antonio di VoloKolamsk, capo del dipartimento delle relazioni ecclesiali esterne del Patriarcato di Mosca – è assente il patriarca Kirill – di Yitzhak Yosef, capo rabbino sefardita di Israele, e il video messaggio di Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. Nel seguito della sessione plenaria interverranno il patriarca Teofilo III di Gerusalemme, un video messaggio del segretario generale della Lega musulmana mondiale Mohammad bin Abdulkarim Al-Issa, quindi il sottosegretario generale delle Nazioni Unite Miguel Angel Moratinos, il rappresentante ufficiale del custode delle due sacre Moschee e re d’Arabia Saudita Saleh bin Abdul-Aziz Al ash-Sheikh, il presidente della Associazione Toista Cinese Li Guanfu, il rabbino capo ashkenazita di Israele David Lau, l’alto commissario delle minoranze nazionali dell’Osce Kairat Abdrakhmanov, il presidente del Consiglio musulmano del Caucaso Allashukur Pashadaze, il presidente dell’Unione Inter-parlamentare Duarte Pacheco, il presidente del Consiglio dell’ideologia islamica della Repubblica islamica del Pakistan. La sessione plenaria continuerà poi nel pomeriggio. A fine mattinata il Papa incontrerà in forma privata alcuni dei leader religiosi presenti. Il Congresso si chiuderà domani con le sessioni tematiche (una anche sul ruolo delle donne), con la lettura della dichiarazione finale e il discorso conclusivo di Francesco, Al-Tayyeb, Antonij, Tokayev e del presidente del Senato Maulen Ashimbayev. 

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La confessione di Ratzinger sulla morte di papa Luciani

domenica, Settembre 4th, 2022

Nico Spuntoni

La confessione di Ratzinger sulla morte di papa Luciani

Albino Luciani, l’ultimo Papa italiano, viene beatificato dal suo successore venuto “dalla fine del mondo”. Non è un paradosso, però, perché nella salita al soglio pontificio di un uomo che prima di allora aveva sempre esercitato il suo magistero pastorale solo in Veneto, fu determinante proprio il Sudamerica. Nel Conclave dell’agosto 1978, il principale sostenitore di Luciani fu il cardinale brasiliano Aloisio Lorscheider che all’epoca ricopriva anche l’incarico di presidente del CELAM. Ma l’America Meridionale è stata decisiva non solo per l’elezione di Giovanni Paolo I, ma anche per la sua beatificazione attesa oggi a piazza San Pietro. Come ha ricordato pochi giorni fa il postulatore della causa, il cardinale Beniamino Stella, uno slancio determinante all’inizio del processo di beatificazione si ebbe nel 1990 quando tutta la Conferenza Episcopale del Brasile fece un appello in tal senso a Giovanni Paolo II. Inoltre, il miracolo decisivo attribuito alla sua intercessione è avvenuto in Argentina.

Questa causa di beatificazione e canonizzazionerimarrà nella storia anche perché ha visto ha visto la testimonianza di un papa, seppur emerito, su un suo predecessore. È il caso di Benedetto XVI che partecipò da cardinale al Conclave che elesse Giovanni Paolo I. Una chicca che oggi conosciamo grazie a Nicola Scopelliti, giornalista e autore di ben quattro libri dedicati al papa originario di Canale d’Agordo. Ratzinger, infatti, gli ha inviato il testo tramite il suo segretario personale monsignor Georg Gänswein ed ha acconsentito a pubblicarla nell’ultimo libro “Il Postino di Dio” (edizioni Ares), facendogli sapere anche che il papa emerito “è molto contento e si rallegra dell’imminente beatificazione di Giovanni Paolo I”.

Leggendo il libro di Scopelliti si scopre che Benedetto XVI ha risposto all’interrogatorio fattogli pervenire in data 26 giugno 2015 ed ha raccontato che conobbe Albino Luciani nell’estate del 1977 durante una vacanza a Bressanone. L’allora patriarca di Venezia, sapendo della presenza dell’allora vescovo di Monaco nel territorio del Triveneto, ci tenne a conoscerlo e a fare gli onore di casa. “Lo avvertii come un gesto di fraternità fuori dal comune – ha confidato Benedetto XVI – che fosse venuto appositamente per salutarmi e per darmi il benvenuto in Veneto nel mese di agosto era un’espressione di nobiltà d’animo che andava ben al di là del consueto”. Nell’interrogatorio inviato al Monastero Mater Ecclesiae nell’ambito della causa di beatificazione comparivano anche alcune singolari domande relative allo svolgimento del Conclave dell’agosto 1978. Domande alle quali, evidentemente in ottemperanza al giuramento fatto per mantenere il “segreto su tutto ciò che in qualsiasi modo riguarda l’elezione del Romano Pontefice”, Benedetto XVI ha fatto sapere di non poter dare alcuna risposta.

Degno di nota è il racconto che Ratzinger ha fatto del momento in cui ha appreso la notizia della morte improvvisa di Giovanni Paolo I. L’allora cardinale si trovava nell’arcivescovado di Quito, inviato proprio da Luciani al Congresso mariano nazionale in Ecuador. “In piena notte mi svegliai e sentii aprirsi la porta ed entrare qualcuno – ha raccontato il papa emeritoquando accesi la luce, vidi un monaco con un abito marrone. Sembrava un misterioso messaggero dell’aldilà, cosicché dubitai di essere realmente sveglio. Entrò e mi disse che aveva appena ricevuto la notizia che il papa era morto”. Colto di sorpresa, Ratzinger si riaddormentò e prese veramente coscienza della veridicità della notizia soltanto la mattina successiva durante la messa nella quale un concelebrante pregò per il defunto papa Giovanni Paolo I. “Alla fine, siamo rimasti davvero tutti sotto shock per quella notizia, della cui veridicità non c’era più da dubitare”, ha concluso.

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La preghiera di Francesco sulla tomba di Celestino (e altre voci di dimissioni)

lunedì, Agosto 29th, 2022

Fabio Marchese Ragona

La preghiera di Francesco sulla tomba di Celestino (e altre voci di dimissioni)

Un gesto che rimarrà nella storia, mai nessun Papa aveva aperto la porta santa della Basilica di Santa Maria di Collemaggio dove riposa Celestino V, il Pontefice che nel 1294 rinunciò al pontificato. Pietro da Morrone, questo il suo nome, prima di compiere il passo indietro, decise di concedere l’indulgenza plenaria perpetua a chi avesse attraversato quella porta, in ricordo della sua incoronazione al soglio pontificio proprio all’interno della basilica aquilana. Un rito che continua da 728 anni, sempre negli ultimi giorni di agosto, e che ieri è stato compiuto anche da Papa Francesco.

Seduto in carrozzina, Bergoglio, davanti a quel portone sbarrato, ha seguito le litanie dei santi e, dopo aver compiuto l’antico rituale, è entrato in basilica per pregare davanti alle spoglie di Celestino V, sotto gli occhi di milioni di fedeli, alcuni convinti (e qualcuno a dire il vero anche malignamente speranzoso) che quel momento potesse essere un preludio alle dimissioni. Un gesto che per molti ha richiamato alla memoria la preghiera di Benedetto XVI davanti alle spoglie di Pietro da Morrone, compiuta nell’aprile del 2009, qualche settimana dopo il terremoto che distrusse la città. Ratzinger, che aveva raggiunto il capoluogo abruzzese per manifestare vicinanza alla popolazione ferita, in quell’occasione depose sulla teca un suo vecchio pallio, ancora oggi conservato all’interno dell’urna. Un gesto visto da molti come un segno profetico delle dimissioni, annunciate poi nel febbraio 2013 ma su cui Benedetto aveva già iniziato a riflettere nell’aprile dell’anno prima. Anche per Francesco, soprattutto i giornali d’oltreoceano, avevano ipotizzato quindi che la visita a L’Aquila potesse anticipare qualche decisione clamorosa: le dimissioni, insomma, sulla scia di Benedetto, incontrato al monastero Mater Ecclesiae insieme ai venti nuovi cardinali, alla vigilia della trasferta aquilana. Bergoglio ha bollato questa ipotesi come semplice «coincidenza», assicurando, in più occasioni durante alcune interviste, che l’idea di lasciare il pontificato non gli è mai balenata per la testa. Potrebbe accadere in futuro, ha spiegato, «se le mie condizioni di salute rendessero impossibile andare avanti». Non è un caso che nel corso dell’omelia a L’Aquila, Francesco abbia ribaltato completamente l’immagine che si è sempre avuta di Pietro da Morrone: «Erroneamente – ha detto il Papa – ricordiamo la figura di Celestino V come colui che fece il gran rifiuto, secondo l’espressione di Dante nella Divina Commedia; ma Celestino V non è stato l’uomo del no, è stato l’uomo del sì». Infatti, ha continuato Francesco, «non esiste altro modo di realizzare la volontà di Dio che assumendo la forza degli umili, non ce n’è un altro. Proprio perché sono tali, gli umili appaiono agli occhi degli uomini deboli e perdenti, ma in realtà sono i veri vincitori, perché sono gli unici che confidano completamente nel Signore e conoscono la sua volontà».

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Quell’indizio tra le righe: la Chiesa apre all’identità di genere?

domenica, Agosto 14th, 2022

Nico Spuntoni

Uomo, donna o? Chi l’avrebbe mai detto di leggere una terza opzione sul genere (“non si applica a te”) in un questionario destinato ad arrivare sul tavolo del Sinodo dei Vescovi previsto nell’ottobre del 2023. Eppure è questo si legge nel form diffuso sul web in questi giorni da circa 200 influencer cattolici di tutto il mondo nell’ambito del progetto “La Chiesa ti ascolta”. Un sondaggio affidato a quelli che vengono chiamati “missionari digitali” e che si pone l’obiettivo di raccogliere le impressioni e le opinioni degli internauti sul loro rapporto con la Chiesa.

L’iniziativa ha l’imprimatur vaticano dal momento che il coordinatore di “La Chiesa ti ascolta” è monsignor Lucio Adrian Ruiz, segretario del Dicastero per la Comunicazione. Secondo quanto riportato da Avvenire, il quotidiano della Conferenza Episcopale italiana, la decisione di ricorrere agli influencer per arricchire i contributi nel processo del Cammino Sinodale in corso sarebbe stata presa a seguito della limitata adesione di giovani alla fase diocesana conclusasi ad aprile scorso.

Nel questionario, che chiede a chi vi partecipa di dire cosa pensa che la Chiesa dovrebbe fare per renderla più vicina, ci si può dichiarare uomo, donna oppure scegliere la casella “non si applica a te” che va incontro a chi si identifica nel cosiddetto genere non-binario. Le tematiche arcobaleno, inoltre, trovano spazio anche nel resto del form: “Pensi che la Chiesa ascolti/parli con altri gruppi sociali? LGBTQI+, giornalisti, sindacati, imprenditori, altre religioni, scienziati”, si legge in una delle domande. Più avanti, l’opzione “assistenere e accompagnare le persone LGBTQI+” viene indicata come uno degli impegni da poter scegliere tra quelli che si ritiene la Chiesa dovrebbe assumere per avvicinarsi di più alla gente.

Su questo punto, uno dei documenti più importanti della Chiesa è rappresentato dalla Lettera ai vescovi sulla cura pastorale delle persone omosessuali scritta nel 1986 dall’allora cardinale prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Joseph Ratzinger e approvata da San Giovanni Paolo II nella quale si leggeva che “occorre chiarire bene che ogni allontanamento dall’insegnamento della Chiesa, o il silenzio su di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né di valida pastorale. Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale. Quando non si tiene presente la posizione della Chiesa si impedisce che uomini e donne omosessuali ricevano quella cura, di cui hanno bisogno e diritto”. Sull’identità di genere, Papa Francesco si è espresso nettamente più volte e circa un anno fa, nel corso di una conversazione con i gesuiti slovacchi durante la sua visita apostolica, ha detto che “l’ideologia del gender è pericolosa, perché è astratta rispetto alla vita concreta di una persona, come se una persona potesse decidere astrattamente a piacimento se e quando essere uomo o donna”.

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Le tre nomine del Papa per Roma: ecco le mosse di Bergoglio

domenica, Maggio 29th, 2022

Francesco Boezi

A Piazza San Pietro e dintorni, la novità della settimana è di sicuro la nomina del cardinale Matteo Maria Zuppi (peraltro di origini romane) a presidente della Conferenza episcopale italiana. Tuttavia, Papa Francesco non si è fermato a questa – peraltro fondamentale – nomina, e sta operando altre mosse all’interno della Chiesa italiana.

Jorge Mario Bergoglio, infatti, ha scelto tre vescovi ausiliari per l’arcidiocesi di Roma, che ricopre un ovvio ruolo centrale (oltre che simbolico) nel contesto ecclesiastico italiano. Tutti e tre i prelati individuati dal Santo Padre per Roma sono semplici sacerdoti, e dunque dovranno diventare vescovi prima di iniziare a svolgere il loro incarico. Del resto, lo stile del pontefice è sempre lo stesso: “pescare” dal basso personalità che possano rappresentare la sua “Chiesa in uscita” e far sì che i vertici organizzativi non perdano, come magari è successo in passato, il contatto con il mondo e con i fedeli.

I nomi sono quelli di monsignor Daniele Salera, di monsignor Riccardo Lamba e di monsignor Baldassarre Reina, così come ripercorso da Aci Stampa. Si tratta, in almeno due casi su tre, di sostituzioni necessarie per raggiunti limiti di età. Resta invece al suo posto il cardinale Angelo De Donatis, che è il vicario del vescovo di Roma per l’Arcidiocesi Metropolitana. Una realtà enorme, specie in relazione a quasi tutte le diocesi italiane, che dunque necessita di essere gestita da ben più di un solo presule, considerando anche l’esigenza di coprire l’intero territorio cittadino.

Ma questo – come abbiamo già avuto modo di accennare parlando proprio del nuovo vertice della Cei – potrebbe non essere l’assetto definitivo dell’istituzione diocesana della capitale. “Accorpamento”, infatti, è una parola che Bergoglio sta iniziando a declinare sul pratico, riunificando numerose diocesi territoriali, semplificando le strutture organizzative e limitando sotto il profilo numerico i monsignori deputati a esercitare il “potere” diocesano. Il principio vale pure per la Cei, che nel frattempo dovrà procedere con il proseguo del Sinodo interno che terminerà nel 2023, con l’auspicio pontificio per cui, alla fine del “cammino”, il volto della Chiesa italiana possa essere diverso. E anche Roma potrebbe conoscere il suo alleggerimento.

Uno dei punti irrisolti rispetto alla “rivoluzione” organizzativa, a questo proposito, è la possibilità – com’era accaduto nel caso del cardinale Camillo Ruini e del cardinale Ugo Poletti – che il vicario del Papa per Roma finisca per essere stessa persona che ricopre l’incarico di presidente dei vescovi italiani. Significherebbe un ritorno a Roma per Matteo Maria Zuppi che lascerebbe così l’arcidiocesi di Bologna.

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Pedofilia, gli orchi della Chiesa: da inizio anno una denuncia al giorno

domenica, Maggio 29th, 2022

Domenico Agasso

ROMA. Dopo l’annuncio del primo report nazionale della Cei sulla pedofilia nella Chiesa, e l’avvio dell’inchiesta sugli anni 2000-2021, guardando i dati non ufficiali che si conoscono finora il lavoro per i vescovi presenta uno scenario tutt’altro che agevole e trionfale. Ma «ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità», ha assicurato con forza il neo presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi. Secondo gli ultimi numeri raccolti e analizzati da Rete L’Abuso, l’associazione che a oggi rappresenta uno dei punti di riferimento più costanti per i «sopravvissuti» agli abusi sessuali del clero, in Italia ci sono «164 sacerdoti indagati, 162 condannati in via definitiva, circa 30 vescovi insabbiatori, 161 nuove segnalazioni da inizio anno». A queste cifre si deve aggiungere quello che secondo il presidente Francesco Zanardi è «il dato più importante: 471 crimini impuniti», ossia le situazioni in cui il reato è andato in prescrizione oppure le cui vittime «non se la sono sentita di andare a denunciare i fatti in un centro di ascolto diocesano».

Zanardi è membro anche di Italy Church Too, associazione di vittime che si è costituita negli ultimi mesi «dal basso», con l’intento di promuovere la costituzione di una commissione di inchiesta indipendente sulle violenze sessuali commesse da ecclesiastici nel nostro Paese, su modello di quelle che hanno indagato in Germania e in Francia.

Rete l’Abuso ha realizzato anche calcoli di proiezione elaborati in base alle vicende irlandesi (1.259 denunce dal 1975, allontanati vescovi e oltre 100 preti): «In Italia ci sarebbe un milione di vittime potenziali. Se si pensa che la commissione d’inchiesta francese ha messo in luce 216mila vittime, e se si fanno le proporzioni tra clero francese e clero italiano, ci si rende conto che questo dato presunto è molto credibile».

È solo di qualche giorno fa la condanna a cinque anni di carcere per padre Vincenzo Esposito, 64 anni, originario di Caltavuturo ma assegnato alla parrocchia di San Feliciano Magione (Perugia), accusato di prostituzione minorile perché avrebbe preteso da quattro sedicenni prestazioni sessuali a pagamento attraverso delle videochiamate.

«Offrire denaro della Caritas, in contanti, in cambio del silenzio della vittima di violenza sessuale di don Giuseppe Rugolo»: sarebbe stata questa «la proposta della Diocesi di Piazza Armerina, guidata da monsignor Rosario Gisana», spiega Zanardi. La circostanza «è stata confermata in aula da Antonio Ciavola (allora capo della Squadra mobile di Enna e ora in servizio a Caltanissetta), nel corso del processo presieduto da Francesco Pitarresi che si celebra al tribunale di Enna e vede imputato Rugolo, agli arresti domiciliari da un anno».

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dai legali di Vladimir Resendiz Gutierrez, già rettore del seminario minorile dei Legionari di Cristo di Gozzano (Novara), chiuso per carenza di vocazioni: deve scontare sei anni di carcere per avere abusato di giovani allievi dell’istituto.

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