Archive for the ‘Esteri’ Category

L’intervista di Oriana Fallaci a Kissinger: «La guerra è virilità, io mi sento un cowboy. Il potere? Uno strumento per fare cose splendide»

venerdì, Maggio 26th, 2023

di ORIANA FALLACI

Il colloquio di Henry Kissinger con Oriana Fallaci del 1972, di cui il diplomatico poi si pentì e disse: «La cosa più stupida della mia vita»

L’intervista di Oriana Fallaci a Kissinger: «La guerra è virilità, io mi sento un cowboy. Il potere? Uno strumento per fare cose splendide»
Henry Kissinger ritratto nei primi anni Settanta nel suo ufficio alla Casa Bianca (Ap)

Il più grande diplomatico del XX secolo: Henry Kissinger compie 100 anni. Nato tedesco, arriva negli Usa nel 1938. Da segretario di Stato è l’artefice del disgelo con la Cina. Premio Nobel per la Pace nel 1973. Qui sotto, la storica intervista di Oriana Fallaci, realizzata nel 1972.

Quest’uomo troppo famoso, troppo importante, troppo fortunato, che chiamavano Superman, Superstar, Superkraut, e imbastiva alleanze paradossali, raggiungeva accordi impossibili, teneva il mondo col fiato sospeso come se il mondo fosse la sua scolaresca di Harvard. Questo personaggio incredibile, inspiegabile, in fondo assurdo, che s’incontrava con Mao Tse-tung quando voleva, entrava nel Cremlino quando ne aveva voglia, svegliava il presidente degli Stati Uniti e gli entrava in camera quando lo riteneva opportuno. Questo cinquantenne con gli occhiali a stanghetta, dinanzi al quale James Bond diventava un’invenzione priva di pepe. Lui non sparava, non faceva a pugni, non saltava da automobili in corsa come James Bond, però consigliava le guerre, finiva le guerre, pretendeva di cambiare il nostro destino e magari lo cambiava. Ma insomma, chi era questo Henry Kissinger? […]

La sua biografia è oggetto di ricerche che rasentano il culto e tutti si sa che è nato a Furth, in Germania, nel 1923, figlio di Luis Kissinger, insegnante in una scuola media, e di Paula Kissinger, massaia . Si sa che la sua famiglia è ebrea, che quattordici dei suoi parenti morirono nei campi di concentramento, che insieme al padre e alla madre e al fratello Walter fuggì nel 1938 a Londra e poi a New York, che a quel tempo aveva quindici anni e si chiamava Heinz, mica Henry, e non sapeva una parola d’inglese. Ma lo imparò molto presto. Mentre il padre faceva l’impiegato in un ufficio postale e la madre apriva un negozio di pasticceria, studiò così bene da essere ammesso a Harvard e laurearsi a pieni voti con una tesi su Spengler, Toynbee e Kant, poi diventarvi professore. Si sa che a ventun anni fu soldato in Germania, dove era con un gruppo di GI selezionati da un test e giudicati così intelligenti-da-sfiorare-il-genio, che gli affidarono per questo (e malgrado la giovane età) l’incarico di organizzare il governo di Krefeld, una città tedesca rimasta senza governo. Infatti a Krefeld fiorì la sua passione per la politica: una passione che avrebbe appagato diventando consigliere di Kennedy, di Johnson, e poi assistente di Nixon. Non a caso potevi considerarlo il secondo uomo più potente d’America. Sebbene alcuni sostenessero che era molto più, come dimostrava la battuta che al tempo della mia intervista circolava a Washington: «Pensa cosa succederebbe se morisse Kissinger. Richard Nixon diventerebbe presidente degli Stati Uniti…».

Quindi l’uomo restava un mistero, come il suo successo senza paragoni. E una ragione di tale mistero era che avvicinarlo, comprenderlo era difficilissimo: di interviste individuali non ne dava, parlava solo alle conferenze-stampa indette dalla presidenza. Così, giuro, non ho ancora capito perché accettasse di vedere me, appena tre giorni dopo aver ricevuto una mia lettera priva di illusioni. Lui dice che fu per la mia intervista col generale Giap, fatta ad Hanoi nel febbraio del sessantanove. Può darsi. Però resta il fatto che dopo lo straordinario «sì» cambiò idea e decise di vedermi a una condizione: non dirmi nulla. Durante l’incontro, a parlare sarei stata io e da quel che avrei detto egli avrebbe deciso se darmi l’intervista o no. Ammesso che ne trovasse il tempo. Il che avvenne davvero alla Casa Bianca, giovedì 2 novembre 1972, quando lo vidi giungere tutto affannato, senza sorrisi, e mi disse: «Good morning, miss Fallaci». Poi, sempre senza sorrisi, mi fece entrare nel suo studio elegante e pieno di libri, telefoni, fogli, quadri astratti, fotografie di Nixon. Qui mi dimenticò mettendosi a leggere, le spalle voltate, un lungo dattiloscritto. Era un po’ imbarazzante restarmene lì in mezzo alla stanza, mentre lui leggeva il dattiloscritto e mi voltava le spalle. Era anche sciocco, villano da parte sua. Però la cosa mi permise di studiarlo prima che lui studiasse me.

E non solo per scoprire che non è seducente, così basso e tarchiato e oppresso da quel testone di ariete: per scoprire, ecco, che non è affatto disinvolto, né sicuro di sé. Prima di affrontare qualcuno, egli ha bisogno di prendere tempo e proteggersi con la sua autorità. […] Al venticinquesimo minuto circa, decise che avevo passato gli esami. Forse mi avrebbe dato l’intervista. […] E alle dieci di sabato 4 novembre ero di nuovo alla Casa Bianca. Alle dieci e mezzo entravo di nuovo nel suo ufficio per incominciare l’intervista più scomoda, forse, che abbia mai fatto. Dio che pena! Ogni dieci minuti lo squillo del telefono ci interrompeva, ed era Nixon che voleva qualcosa, chiedeva qualcosa, petulante, fastidioso come un bambino che non sa stare lontano dalla sua mamma. Kissinger rispondeva con premura, ossequioso, e il colloquio con me si interrompeva: rendendo ancor più difficile lo sforzo di capirlo un poco. Poi, proprio sul più bello, mentre egli mi denunciava l’essenza inafferrabile del suo personaggio, uno dei telefoni squillò di nuovo. Era di nuovo Nixon e: poteva il dottor Kissinger passare un attimo da lui? Certo, signor presidente. Scattò in piedi, mi disse di aspettarlo, avrebbe cercato di darmi ancora un po’ di tempo, uscì. E così si concluse il mio incontro. […]

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Wagner lascia Bakhmut, ecco la mappa con i 32 paesi dove sono insediati, il cuore è sempre di più l’Africa. Ma Prigozhin: “Purtroppo la Russia avrà ancora bisogno di noi in Ucraina”

giovedì, Maggio 25th, 2023

Jacopo Iacoboni

Il Gruppo Wagner da stamattina sta lasciando Bakhmut in lotti, e viene sostituito dall’esercito regolare. A comunicarlo è Evgheny Prigozhin stesso, mentre si fa filmare durante l’operazione. Comincia dunque una stagione incerta, in cui si vedrà se l’esercito regolare russo riuscirà a tenere nella difesa gli stessi risultati ottenuti dai “wagneriani” nell’attacco (la distruzione totale della città e la conquista delle sue macerie).

Si moltiplicano a questo punto le domande sulla sorte del Gruppo Wagner a breve, e qualche indicazione può essere ricostruita attraverso da due elementi: una mappa, che La Stampa è stata in gradi di analizzare abbastanza nel dettaglio, con esperti sul dossier Wagner. E le parole stesse di Prigozhin ieri sera. Il capo dei mercenari russi, commentando varie voci secondo cui l’“orchestra” si starebbe ritirando completamente dalla guerra con l’Ucraina (altri sostengono che verrà presto ridislocata nei fronti più caldi e difficili), ha spiegato che «al momento non abbiamo altri compiti. Ora ci riprenderemo e ci prepareremo per un mese o due, dopodiché inizieremo a impegnarci in altre missioni di combattimento. Non credo che la guerra finirà in due mesi». Poi ha aggiunto: «E se la guerra finisce tra due mesi, partiremo felici e contenti per il pane gratis in Africa, finché la Russia non sarà di nuovo in pericolo. Ma qualcosa mi dice che il pericolo sta solo aumentando. Pertanto, penso che rimarremo con voi e svolgeremo i compiti più difficili nei settori più difficili del fronte».

La previsione insomma è chiara: Wagner resta pronta a ridispiegarsi dove occorrerà intervenire nelle difficoltà dell’esercito russo, che Prigozhin prevede gravi e imminenti. Nel frattempo, diverse fonti (tra cui l’informato canale telegram Chema-Ogpu), sostengono che la parte più significativa dell’élite di Wagner è stata già trasferita nelle ultime due settimane in Africa. Dove da tempo è il cuore degli interessi economici del Gruppo, usato come strumenti di influenza della Russia ma anche come strumento di potere personale ed economco da Prigozhin. Se si osserva la mappa che Prigozhin ha fatto riprendere durante la sua intervista dell’altro giorno – 77 minuti a tu per tu seduti a una scrivania con il blogger nazionalista Konstantin Dolgov – si osserva che 32 paesi sulla mappa sono pinzati con una puntina che fa da evidenziatore. Si tratta con ogni probabilità dei paesi del mondo che sono caduti nella sfera degli interessi di Wagner Prigozhin. America Latina, Asia e Oceania, e ovviamente Africa. Il canale “Nestka” ha notato che la mappa mostra i punti di interesse commerciale del proprietario del compresi diversi che prima non erano noti. I punti sono 32, in tre colori: rosso, bianco e verde. I segni rossi sono su sette paesi africani: Mozambico, Repubblica Centrafricana, Sudan, Mali, Burkina Faso, Benin ed Eritrea. Qui è dove c’è una presenza diretta, nota, di mercenari di Prigozhin.

Tredici paesi sono segnati con pennarelli bianchi (tra loro, Madagascar, Unione delle Comore, Zimbabwe, Repubblica Democratica del Congo e Guinea). In questi paesi, pur non essendoci un impegno diretto militare dei mercenari, sono stati notati strategisti di Wagner che hanno in vari modo operato in operazioni di influenza politica, per favorire l’elezione di politici graditi al Cremlino. Segni bianchi si trovano anche in Myanmar, Ecuador e sull’isola di Chatham in Nuova Zelanda. Che Prigozhin operasse in qualche modo in Sud America o nel sud-est asiatico finora non era noto.

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Addio a Tina Turner, icona di energia e carisma

giovedì, Maggio 25th, 2023

Luca Dondoni

Tina Turner non c’è più. «La regina del rock ‘n roll, è morta serenamente a 83 anni e dopo una lunga malattia nella sua casa di Küsnacht vicino a Zurigo, in Svizzera», ha detto il portavoce. «Con lei il mondo perde una leggenda della musica e un modello per le future generazioni». Nata Nutbush in Tennessee Tina Turner è stata una delle artiste più influenti e amate nel mondo della musica degli ultimi 50 anni. Tra i momenti più incredibili di una carriera unica è d’obbligo ricordarne gli esordi e il successo con il marito Ike Turner dal quale prese il cognome d’arte. Tina infatti si chiamava Anna Mae Bullock e iniziò la sua carriera musicale negli anni ’60 come membro del duo Ike & Tina Turner.

Musica: è morta Tina Turner, la regina del rock che visse tre volte

A CURA DELLA REDAZIONE 24 Maggio 2023

Insieme al compagno/padrone che l’ha spesso vessata e dal quale si divise dopo anni di percosse e soprusi, realizzò successi come “River Deep – Mountain High” e “Proud Mary”. Finalmente nel 1978 arrivò il divorzio da Ike, la Turner intraprese una carriera da solista che ha raddoppiato la sua fama. L’album del 1984, “Private Dancer”, è stato un successo globale e ha generato hits come “What’s Love Got to Do with It” “I can’t stand the rain”, “Let’s stay together” e la stessa “Private Dancer”.

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Massacri e conquiste: così Prigozhin si è guadagnato la fiducia di Putin (e si permette di chiamarlo «nonnetto»)

mercoledì, Maggio 24th, 2023

di Fabrizio Dragosei

Il leader del Cremlino tollera le uscite del capo della Wagner perché da anni gli garantisce risultati che gli altri ufficiali non sono in grado di ottenere

Massacri e conquiste: così Prigozhin si è guadagnato la fiducia di Putin (e si permette di chiamarlo «nonnetto»)

Il «trionfatore di Bakhmut», come sembra ormai volersi dipingere agli occhi dei russi, ha deciso nelle ultime ore di abbassare leggermente i toni nei confronti dell’Esercito e del ministro della Difesa. Soprattutto perché Evgenij Prigozhin vuole ritirare i suoi miliziani dalla città distrutta e affidarne entro pochi giorni il controllo proprio alle Forze armate regolari. «Perché sa che altrimenti sarebbe fatto a pezzi», dicono gli ucraini. Perché gli uomini della Wagner debbono «riposarsi nelle retrovie» in attesa di nuovi difficili incarichi, secondo la versione dell’ex ristoratore, ex rapinatore e ladro diventato indomito combattente per conto di Vladimir Putin.

E certamente l’aver consegnato al signore del Cremlino l’unica significativa vittoria sul campo da molti mesi a questa parte aumenta enormemente le sue quotazioni, anche se a Mosca sono probabilmente più quelli che vorrebbero farlo fuori di quelli che lo amano. Ma Prigozhin e l’armata privata per la quale è stato scelto il nome del grande musicista tedesco sono da tempo ormai uno strumento imprescindibile della strategia di potere e conquista di Vladimir Vladimirovich. Che si è reso perfettamente conto della inadeguatezza delle strutture ufficiali e per questo tollera le uscite fuori le righe di Prigozhin, perfino quando parla, ovviamente riferendosi a lui, di un «nonnetto felice convinto che tutto vada bene». E si chiede, «in via puramente ipotetica», se poi non verrà fuori che «questo nonnetto è un co… patentato».

Il fatto è che da molti anni, almeno dal 2014, Prigozhin porta a casa risultati, con metodi assolutamente non ortodossi che gli altri luogotenenti dello Zar nemmeno riescono a immaginare.

Prima la nascita della milizia privata, fatta creare dall’ex tenente colonnello del Gru (il servizio di spionaggio militare) Dmitrij Utkin (Wagner era il suo nome di battaglia) e utilizzata nell’invasione della Crimea e nel Donbass. Poi le iniziative, tutt’ora parzialmente in corso, in diversi paesi africani, soprattutto Repubblica Centroafricana e Libia, oltre che in Siria.

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Guerra Russia-Ucraina, la Russia sotto attacco a Belgorod: incursione dall’Ucraina. Quattro droni kamikaze russi abbattuti da Kiev. Mosca attiva il regime anti-terrorismo

martedì, Maggio 23rd, 2023

a cura della redazione

La Russia ha deciso di instaurare un «regime legale di zona di operazione antiterrorismo» nella regione di Belgorod, al confine con l’Ucraina, dopo che è stata effettuata un’incursione armata da parte di quelli che secondo Mosca sono «sabotatori» ucraini. Secondo il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, «Lo scopo del sabotaggio ucraino nella regione di Belgorod è quello di distogliere l’attenzione dalla situazione nella direzione di Bakhmut».

Attacco nella regione russa di Belgorod, il governatore accusa sabotatori ucraini ma Kyev replica: “Sono partigiani russi”

L’incursione, che prosegue, è stata rivendicata da due organizzazioni armate di russi più o meno inquadrati nelle file dell’esercito ucraino e delle quali non si sa molto: la Legione Libertà per la Russia e il gruppo di estrema destra Corpo dei Volontari russi. Sembra che l’estate scorsa le due milizie abbiano stretto un patto con un terzo gruppo armato, l’Esercito repubblicano nazionale, e che abbiano chiesto di rappresentarli presso gli Stati stranieri all’ex deputato russo Ilya Ponomarev, emigrato a Kiev fin dal 2019 e diventato cittadino ucraino.

Cannes, donna vestita con i colori dell’Ucraina si cosparge di sangue finto: il gesto sulla scalinata del Palais

Quest’ultimo, tuttavia, non ha mai ammesso apertamente di essere coinvolto in questa attività se si esclude la lettura, nell’agosto dello scorso anno, di un comunicato in cui l’Esercito repubblicano nazionale rivendicava l’uccisione in un attentato alle porte di Mosca di Darya Dugina, figlia del filosofo nazionalista Alexander Dugin. Il Corpo dei Volontari russi, invece, aveva rivendicato anche un’incursione nella provincia russa di Bryansk all’inizio di marzo.

Un raid russo nel frattempo ha danneggiato la rete elettrica della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Dopo qualche ora la corrente è stata ripristinata ma il direttore dell’Aiea Grossi ha ammonito: «La situazione nella centrale non può andare avanti così».

Cosa è successo ieri, 22 maggio 08:55

Estonia: dare 1 milione di munizioni a Kiev è ancora possibile, ma serve accordo politico. Tutti i Paesi piazzino gli ordini

“Il milione di munizioni all’Ucraina entro il prossimo marzo è un obiettivo realistico, è possibile farlo, ma oggi ci vuole un impegno politico al Consiglio, ogni Paese deve piazzare gli ordini alle aziende, e probabilmente mettere soldi freschi sul tavolo, specialmente se si paragona quanto fatto per la crisi del Covid e i sussidi all’energia”. Lo ha detto Hanno Pevkur, ministro della difesa estone, arrivando al Consiglio Difesa. 08:48

Gb: i partigiani hanno attaccato 3 volte la regione di Belgorod tra venerdì scorso e ieri

Le forze di sicurezza russe si sono scontrate con tutta probabilità con gruppi di partigiani in almeno tre località della regione russa di Belgorod, vicino al confine con l’Ucraina, tra venerdì scorso e ieri: lo scrive il ministero della Difesa britannico nel suo aggiornamento quotidiano di intelligence. L’identità dei partigiani non è stata confermata, ricorda il rapporto pubblicato su Twitter, ma i gruppi anti-regime russi ne hanno rivendicato la responsabilità. L’incidente più grave è avvenuto vicino a Grayvoran, commentano gli esperti di Londra, sottolineando che oltre agli scontri a fuoco con armi di piccolo calibro si è registrato un aumento degli attacchi con droni. Le autorità hanno evacuato diversi villaggi e hanno dispiegato ulteriori forze di sicurezza nell’area. Mosca sta affrontando così una minaccia sempre più grave alla sicurezza nelle sue regioni di confine, con perdite di aerei da combattimento, attacchi con ordigni esplosivi improvvisati alle linee ferroviarie e azioni partigiane dirette, prosegue il rapporto osservando che quasi certamente la Russia userà questi incidenti per sostenere la narrazione ufficiale secondo cui è la vittima della guerra. 08:36

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Jet a Zelensky, c’è anche l’Italia

domenica, Maggio 21st, 2023

dal nostro inviato   Ilario Lombardo

HIROSHIMA. Era stato Andriy Yermak, il capo ufficio presidenziale di Volodymyr Zelensky, a far capire che anche l’Italia sarebbe pronta in qualche modo a entrare nella neonata “jet coalition”. La conferma è arrivata poche ore dopo da Giorgia Meloni. La premier non ha smentito le indiscrezioni, lasciando intendere che il sostegno italiano sarà limitato all’addestramento dei piloti ucraini.

È un passo avanti importante nel sostegno militare, già massiccio, che sta ricevendo la resistenza ucraina. Nelle ultime ore c’è stata una svolta, avvenuta non a caso mentre i sette grandi si riunivano in Giappone. Gli americani hanno dato il via libera alla coalizione dei Paesi pronti a inviare gli F16 (si parla di tra gli altri di Danimarca e Paesi Bassi) o disponibili ad addestrare i piloti (Francia, Regno Unito, Belgio). L’ok di Washington era necessario, ma finora la Casa Bianca aveva frenato. Il cambio di strategia era nell’aria. Zelensky sta girando il mondo per raccogliere consenso sull’imminente controffensiva contro la Russia. Il suo arrivo a Hiroshima, sul palco del vertice internazionale più importante, ha coinciso con l’annuncio di Joe Biden agli alleati.

Guerra ucraina Russia, le news di oggi

L’Italia non ha F16 ma è considerata un’eccellenza nella formazione dei piloti. Il tema è altamente delicato per il governo italiano, per gli equilibri interni alla maggioranza e per la sensibilità dell’opinione pubblica, già spaccata sulle forniture militari a Kiev. Per questo, al termine del secondo giorno di G7, prima di lasciare Hiroshima in anticipo per raggiungere la Romagna affogata dall’alluvione, Meloni misura ogni singola parola. «Noi non disponiamo di F16 e quindi difficilmente potremo partecipare a questo progetto. Stiamo valutando un eventuale addestramento ai piloti ucraini ma è una decisione che non abbiamo preso e che stiamo discutendo assieme agli alleati». La strada sembra tracciata. Già a Kiev, lo scorso fine febbraio, la presidente del Consiglio non aveva escluso questa possibilità. L’Italia non si vuole sottrarre a un impegno che è stato richiesto direttamente da Zelensky. Ora però Meloni dovrà vedersela con gli alleati della Lega, non così favorevoli alla fornitura dei jet, con il mondo pacifista e una parte delle opposizioni. Ma bisognerà anche capire in cosa consisterà questo addestramento. Due le opzioni: o avverrà in basi italiane, o in quelle Nato ospitate sul territorio nazionale magari in collaborazione con addestratori stranieri. Resta anche l’ipotesi dell’invio di Amx e Tornado, i modelli in dotazione alla Difesa italiana. Ma è una decisione che si concretizzerà solo se la guerra proseguirà.

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Guerra Ucraina-Russia, le notizie di oggi 21 maggio | Zelensky: «Bakhmut? Penso non sia più in mano nostra». Shoigu: «Abbiamo il pieno controllo della città»

domenica, Maggio 21st, 2023

di Marta Serafini, inviata dal fronte di Bakhmut, e Redazione Online

Le notizie in diretta sulla guerra di domenica 21 maggio. Biden annuncia un nuovo pacchetto di aiuti per l’Ucraina. Kiev ringrazia: «L’ok agli F-16 momento storico»

 Guerra Ucraina-Russia, le notizie di oggi 21 maggio | Zelensky: «Bakhmut? Penso non sia più in mano nostra». Shoigu: «Abbiamo il pieno controllo della città»

• Dal vertice G7 in corso a Hiroshima, in Giappone, arriva l’adesione di diversi Paesi europei alla cosiddetta «jet coalition», la coalizione di caccia F16 promessi l’altro ieri agli ucraini. Ma non è ancora chiaro chi li fornirà (né quanti o quando).
• Anche l’Italia potrebbe far parte della cosiddetta jet coalition a favore dell’Ucraina, come spiega il nostro inviato a Hiroshima.
• Nel primo pomeriggio di domenica, il presidente americano Joe Biden effettuerà un incontro bilaterale con il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, a Hiroshima in Giappone a margine del G7.
• Sabato, proprio durante il G7, Prigozhin, leader della Wagner, è tornato a reclamare il controllo di Bakhmut, ma Kiev smentisce. Cosa sta succedendo, davvero, a Bakhmut? Il punto della nostra inviata

Ore 08:49 – Il ministro della Difesa russo: «Abbiamo il pieno controllo di Bakhmut»

«L’operazione per stabilire il controllo su Artyomovsk (il nome russo di Bakhmut ndr) è stata completata». Lo ha affermato il ministero della Difesa russo. «La liberazione della città di Artyomovsk è stata completata a seguito delle operazioni offensive delle squadre d’assalto del gruppo Wagner supportate da artiglieria e aerei delle forze del Sud», ha affermato il ministero russo.

Ore 08:48 – Zelensky a Giorgia Meloni: «Il tuo carattere ci dà forza»

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha ringraziato tutti i leader del G7 di Hiroshima per il sostegno. «Grazie, Giorgia Meloni, per la forza del tuo carattere che dà forza a tutti noi. Ringrazio il governo italiano, il parlamento e tutti gli italiani che sostengono la tutela del nostro popolo», ha affermato Zelensky.

Ore 08:42 – Zelensky: «Penso che Bakhmut sia nelle mani dei russi»

«Penso di no»: così il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha risposto a una domanda della stampa che a Hiroshima, a margine dei lavori del G7 in Giappone, gli ha chiesto se parti della città di Bakhmut fossero ancora sotto il controllo di Kiev. È «rimasto poco» della città di Bakhmut, è «distrutta», ha detto Zelensky. La città, situata nella regione sud orientale ucraina di Donetsk, dopo essere stata per mesi teatro di aspre battaglia, da ieri sarebbe totalmente sotto il controllo delle forze russe, come dichiarato dal leader del gruppo paramilitare Wagner, Evgenij Prigozhin.

Ore 08:31 – Kishida (Giappone): «È stata dimostrata la nostra inflessibile solidarietà all’Ucraina»

«Il G7 ha dato nuovamente prova del proprio sostegno all’Ucraina», ha dichiarato il primo ministro del Giappone, Fumio Kishida, durante una conferenza stampa al termine del vertice dei capi di Stato e di governo del G7 a Hiroshima. «E’ significativo aver dato dimostrazione dell’inflessibile solidarietà del G7 all’Ucraina, e della nostra determinazione a tutelare l’ordine internazionale libero e aperto basato sul diritto», ha detto Kishida, aggiungendo che il G7 «non accetta alcuna modifica dello status quo attraverso l’uso della forza, ovunque si verifichi nel mondo».

Ore 08:27 – Biden assicura a Zelensky nuovi aiuti militari

Il presidente americano Joe Biden, al termine del colloquio con il presidente Zelensky, ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina da parte degli Usa. Biden non ha specificato l’ammontare degli aiuti, ma ha affermato che il nuovo pacchetto include armi che gli Stati Uniti hanno già inviato in Ucraina, come artiglieria e veicoli blindati. Zelensky ha ringraziato Biden per i nuovi aiuti militari e per essere stato al suo fianco per fronteggiare l’invasione russa dell’Ucraina iniziata nel febbraio 2022.

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G7, faccia a faccia Meloni-Macron. Zelensky arrivato a Hiroshima

sabato, Maggio 20th, 2023

E’ durato circa 45 minuti l’incontro tra la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il presidente francese Emmanuel Macron, a margine dei lavori del G7 in Giappone. Il faccia faccia dopo la solidarietà espressa da Macron all’Italia colpita dall’alluvione con un tweet in italiano e in francese nel quale ha assicurato che la Francia è pronta a dare «ogni aiuto utile». L’ultimo incontro a due risaliva a circa un mese fa a Bruxelles, a margine del Consiglio Ue.

Intanto al vertice, riferiscono fonti diplomatiche, è arrivato il presidente ucraino Zelensky che tra i tanti incontri domani avrà un bilaterale con il primo ministro giapponese Kushida.

Resilienza e sicurezza economica
I lavori al vertice proseguono in attesa dell’arrivo del presidente ucraino Zelensky: «A livello nazionale, utilizzeremo gli strumenti esistenti, ne rivedremo l’efficacia e ne svilupperemo di nuovi se necessario per scoraggiare e contrastare l’uso di misure economiche coercitive”. E’ uno dei passaggi della dichiarazione congiunta dei leader del G7 al termine della sessione di lavoro sulla resilienza e sicurezza economica.

Zelensky atteso al G7 di Hiroshima. Sullivan: “Ci sarà spazio per un faccia a faccia con Biden”

dal nostro inviato Alberto Simoni 20 Maggio 2023

Clima: “Emissioni zero entro il 2050”
I grandi della Terra hanno anche affrontato il tema clima: «Noi, i leader del G7, stiamo agendo e rafforzando la cooperazione per affrontare la crisi climatica e accelerare la transizione globale verso l’energia pulita per raggiungere emissioni nette pari a zero al piu’ tardi entro il 2050».

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Migranti, prove di disgelo tra Meloni e Macron: “Lavoreremo insieme”

mercoledì, Maggio 17th, 2023

Luigi Frasca

Giorgia Meloni ieri è sbarcata a Reykjavik, in Islanda, per partecipare al quarto vertice dei Capi di Stato e di governo del Consiglio d’Europa. Il vertice è stato l’occasione anche per un faccia a faccia con il presidente francese Emmanuel Macron dopo le polemiche sui migranti delle ultime settimane. Alcune fonti vicine al presidente del Consiglio hanno raccontato un «clima di grande cordialità tra Emmanuel Macron e Giorgia Meloni». Il presidente francese «ha salutato il capo del governo italiano prima dell’avvio del vertice». Poi ai giornalisti che gli chiedevano di un possibile confronto con la premier ha risposto: «Lavoreremo insieme. Penso che ci sarà l’occasione di incontrarci e di scambiare i nostri punti di vista. Bisogna lavorare con tutti gli Stati membri dell’Ue, è la mia filosofia, spero di poter cooperare con il governo italiano. Non si può lasciare l’Italia sola davanti al problema migranti. Serve la solidarietà europea e l’efficacia delle nostre frontiere comuni».

A Reykjavik ovviamente si è parlato anche di Ucraina. L’Europa è unita «nel difendere valori che in Ucraina sono stati colpiti» e non accetterà il «diritto del più forte» ha dichiarato Meloni. Il presidente del governo italiano ha ribadito che l’Europa è «un’istituzione che nasce per difendere i diritti fondamentali dell’uomo», e con la creazione del «registro dei danni provocati dalla guerra» arriva un «segnale concreto» e «importante». L’immagine che ne viene fuori, è la sintesi della presidente del Consiglio, è quella «di un’Europa unita che agisce concretamente. Quei valori che noi abbiamo a lungo dato per scontati e che questa istituzione difende, in Europa sono sotto attacco con la guerra di aggressione russa all’Ucraina».

Un’esigenza che fa passare in secondo piano anche le polemiche con la Francia sui migranti. «Sia qui che al G7 in Giappone tutti parleremo con tutti. A me interessano le questioni che in questo momento la comunità internazionale deve avere la forza di ribadire senza tentennare. Il resto sono questioni interne e le lasciamo alla politica interna».

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La potenza economica della Cina e il suo “massimo picco”: cosa può succedere

lunedì, Maggio 15th, 2023

Federico Giuliani

Archiviata la pandemia di Sars-CoV-2 e superate le rigide restrizioni della Zero Covid Policy, la Cina ha riaperto i suoi confini portando le lancette al dicembre 2019. Il motore del gigante asiatico è tornato a scoppiettare in attesa di riprendere i ritmi dei tempi d’oro.

Negli ultimi 4 decenni, del resto, il Dragone si è lanciato in un’ascesa che non ha eguali nel mondo. Dal 1978, anno delle riforme economiche, ad oggi, il pil cinese è cresciuto mediamente del 9% all’anno, consentendo a circa 800 milioni di cittadini di sfuggire alla povertà e trasformando il Paese in una potenza globale capace di mettere in apprensione gli Stati Uniti.

Un percorso invidiabile e unico, quello della Repubblica Popolare Cinese, che deve tuttavia tener conto di alcune, recenti, preoccupazioni a lungo termine. Le più importanti: il calo demografico, il rallentamento – se non la fine – del boom immobiliare che ha contribuito alla crescita economica cinese e i nuovi diktat del Partito Comunista Cinese. Molto più interessato a garantire la sicurezza nazionale che non la prosperità delle grandi aziende, l’autosufficienza nei settori più critici che non l’interdipendenza con il resto del pianeta.

È in uno scenario del genere che la rapida ascesa economica della Cina sta rallentando, proprio nel periodo in cui dovrebbe avviarsi il “grande ringiovanimento” cinese promesso da Xi Jinping.

Picco e maturazione

L’economia cinese starebbe subendo una definitiva maturazione, o per meglio dire, come ha sottolineato l’Economist, starebbe per raggiungere il picco massimo della sua crescita.

È una previsione coraggiosa, visto che la maggior parte delle vecchie previsioni economiche sulla Cina non si è mai verificata. Eppure, se un decennio fa gli analisti prevedevano il sorpasso del pil cinese su quello statunitense durante la metà del XXI secolo, ai tassi di cambio del mercato, adesso quegli stessi esperti hanno orientato le loro stime verso una sorta di parità economica. Dunque, niente più sorpasso Cina-Usa ma parità.

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