Il duello tv si rivela una sfida vera

Federico Geremicca

Non noioso, sebbene privo di sostanziali novità. Non cattivo, anzi assai meno cattivo di quanto solitamente si è abituati a veder accadere nel Partito democratico. E probabilmente non risolutivo, perché – a meno di eventi clamorosi – è molto difficile che un’ora di confronto modifichi giudizi e orientamenti di voto maturati nel corso di mesi di confronto. Ciò nonostante, non inutile: perché similitudini e differenze – a questo punto difficili da annullare – sono state confermate con irreversibile chiarezza.

 È una delle sintesi possibili del confronto tv fra Renzi, Orlando ed Emiliano, arrivati al rush finale della loro corsa alla guida del Pd. Un confronto che – prendendo come riferimento il passato recente – ha visto di fronte un «non pentito» (Renzi), un «mezzo pentito» (Orlando) ed uno (Emiliano) che non avendo nulla di cui pentirsi – per quanto riguarda il governo nazionale – ha avuto gioco facile nell’attaccare gli altri due competitors su tutto e tutti.

Su due punti – tutt’altro che irrilevanti – la differenza di posizioni tra Renzi e i suoi sfidanti è stata netta. Il primo. Orlando ed Emiliano hanno detto con chiarezza che, dopo le prossime elezioni, non farebbero mai un governo con Berlusconi: Renzi, invece, non ha escluso questa ipotesi. Il secondo: Orlando ed Emiliano – da capi del governo – varerebbero una patrimoniale, cioè una tassa sulle grandi ricchezze: Renzi, al contrario, no. Gli altri distinguo – su Europa, lavoro fatto dal governo Renzi e profilo del Pd – sono stati confermati, con toni meno accesi – in verità – di quanto ci si poteva attendere.

 

Pochi i momenti di forte attrito, essendo evidentemente prevalsa la preoccupazione per le sorti – direbbe Bersani – della ditta. Ma comunque evidenti le differenze: Renzi immaginifico come sempre e aperto a ogni futura alleanza politica; Orlando ortodosso e concreto nel prefigurare il lavoro di ricostruzione del centrosinistra, Emiliano cocciuto nell’attaccare sia il primo sia il secondo ma con poche proposte realmente innovative. Insomma: non è che tutto sia rimasto come prima, ma certo è difficile che il confronto abbia convinto molti a cambiare intenzione di voto.

 

Detto questo, non si può fare a meno di annotare come l’irresistibile tentazione autolesionista del Partito democratico continui a manifestarsi anche nei momenti meno opportuni. Si prendano, appunto, queste primarie. Si è cominciato con una poco comprensibile polemica preventiva sull’affluenza alle urne: se votano in meno di due milioni – si è detto – vanno considerate un flop. Il senso della polemica, naturalmente, è chiaro: indebolire – se non delegittimare – il vincitore. Se non fosse che così si è offerto un ottimo argomento di propaganda agli avversari politici, fingendo di dimenticare quanto i tempi siano cambiati rispetto a alle ultime primarie (4 anni fa) e rimuovendo del tutto la scissione della parte più militante e meglio organizzata del partito.

 

E non è tutto, perché il peggio è arrivato dopo il voto francese. Infatti, in rapida successione, prima Enrico Letta (ex presidente del Consiglio) e poi Walter Veltroni (primo segretario del Pd) hanno definito le primarie «morte» o «da ripensare». Certo, non un grande incoraggiamento per Renzi, Orlando ed Emiliano, che intanto battevano a tappeto il Paese chiedendo a militanti ed elettori di recarsi alle urne. «Fuoco amico», si potrebbe dire. E vedremo domenica, tra primarie sì o primarie no, l’effetto che avranno avuto certe polemiche e certi inattesi ripensamenti.

LA STAMPA

 

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