Olio di frittura e batteri: “Ecco la nostra bioplastica”

di GIACOMINO TALIGNANI

DALL’olio per friggere le patatine si otterrà una protesi per aiutare qualcuno a tornare a camminare. Questo sogno, non troppo lontano, nasce dalle campagne bolognesi di Castel San Pietro, nella azienda Bio-on, dove il motto è riciclare tutto: in quegli ex stabilimenti che producevano yogurt ora si creano le bioplastiche del futuro. Visitando i nuovissimi laboratori, pieni di macchinari e microscopi ultra tecnologici costati oltre 20 milioni di euro, decine di giovani ricercatori italiani spiegano come hanno perfezionato il metodo per trasformare ogni scarto in plastica: dalle barbabietole alle patate, dalla canna da zucchero all’olio di frittura, tutto viene dato in pasto ai batteri. «Prima ancora dell’arrivo della plastica industriale la natura produceva infatti polimeri da sempre, attraverso un processo chimico, solo che non era mai stato industrializzato» spiega Marco Astorri, uno dei due imprenditori (l’altro è Guy Cicognani) che nel 2008 comprarono un brevetto alle Hawaii per poi trasformare il business delle bioplastiche in un investimento che oggi vola in Borsa. La chiave della trasformazione da olio a plastica biodegradabile è tutta nei batteri che produranno PHAs, il poliidrossialcaonato, «l’inizio di una nuova era per la chimica verde mondiale» dice Astorri. «La soluzione per il problema delle plastiche inquinanti ce l’ha data la natura».

Funziona così: nei laboratori vengono coltivati batteri, non patogeni e “amici dell’uomo” a cui vengono dati in pasto scarti lipidici di olio di frittura, barbabietole, glicerolo, patate, tutti prodotti che da rifiuti diventano cibo per microrganismi. I batteri mangiano in poche ore le fonti di carbonio degli scarti, come gli zuccheri, trasformandole in riserva di energia, esattamente come è il grasso per l’uomo. Queste riserve producono poliestere lineare, polimero sintetizzato dai batteri, che viene estratto attraverso vapore e mezzi meccanici: grazie a questo si ottengono plastiche biodegradabili e idrosolubili usate in cosmetica, nell’industria ma anche in campo medico, come per fili chirurgici o protesi appunto. «C’è un mondo di possibilità – commenta Astorri – perché queste plastiche hanno le stesse proprietà termo-meccaniche di quelle tradizionali».

Un futuro a cui crede anche l’Europarlamento che proprio ieri, dichiarando guerra alle microplastiche, di cui chiede il divieto nei prodotti cosmetici entro il 2020, ha proposto incentivi per il settore delle bio. Quelle, come da esperimenti dell’Istituto italiano di tecnologia o del Cnr, che si stanno cercando di realizzare usando scarti vegetali che vanno dai carciofi al caffè passando per riso, cannella o pomodori. Altre puntano invece sulla lavorazione dei reflui di lattosio. Milioni di scarti a costo zero che da problema da smaltire diventano una soluzione salva-oceani, oggi intasati dalla plastica abbandonata.
A Bio-on, che ha acquisito 120 brevetti per i processi di trasformazione, poi forniti ad altre aziende dello stesso settore, sono convinti che in futuro la plastica tradizionale verrà sostituita completamente da quelle naturali. «La strada c’è, la tecnologia anche, adesso bisogna solo volerlo» conclude Astorri.

REP.IT

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