Carabiniere ucciso, i 2 mila contatti del pusher con un collega di Cerciello

I capi e la pistola. Nel verbale del 28 luglio, di fronte al colonnello Lorenzo D’Aloia che conduce le indagini, Varriale ricostruisce quanto accaduto e dichiara: «Io avevo indosso la pistola di ordinanza e le manette di sicurezza». Nei giorni successivi vengono convocati i carabinieri intervenuti nel quartiere Prati, dove Cerciello è stato ferito a morte. E lo smentiscono. Il 4 agosto il maresciallo Daniele De Nigris afferma: «Ho chiesto testualmente a Varriale se in quel momento fosse armato o dove si trovasse la pistola. Varriale ha risposto “non sono armato, la pistola è in sicurezza in caserma”». Nei giorni successivi vengono ascoltati altri militari e tutti confermano questa versione. Varriale viene dunque sentito dai magistrati coordinati dal procuratore reggente Michele Prestipino e alla fine ammette: «Quella sera quando siamo usciti sia io che Cerciello avevamo in dotazione le manette, ovviamente i tesserini, ma abbiamo lasciato le pistole in caserma proprio in relazione al tipo di servizio che dovevamo fare… Credo di aver già riferito la circostanza anche ai miei superiori gerarchici». È la frase che rimette tutto in discussione: con chi ha parlato? Chi lo sapeva? C’è qualcuno che lo ha sollecitato a mentire?

I due magrebini. Del resto quella sulla pistola non è l’unica bugia raccontata da Varriale. Un’altra la svela l’appuntato Mauro Ecuba, interrogato il 6 agosto, arrivato dopo l’accoltellamento. «Ho chiesto spiegazioni sull’accaduto al carabiniere Varriale e questi mi ha riferito che i responsabili erano due magrebini». In effetti nelle prime ore la notizia diffusa parlava di una donna scippata da due nordafricani. Varriale aveva però ascoltato le telefonate dei due americani con il mediatore dei pusher, Sergio Brugiatelli, che poi accompagnarono all’appuntamento per recuperare lo zaino in cambio di 100 euro. Si è sbagliato o c’erano altre ragioni per accusare due magrebini?

«Vieni solo». La trascrizione della telefonata tra Gabriel Natale Hjort e Sergio Brugiatelli, avvenuta all’1,19, rivela come l’accordo prevedeva che all’incontro per lo scambio il mediatore dei pusher arrivasse da solo. Invece si presentano i carabinieri.

Natale: E poi ti ho detto a incontrarmi a Unicredit

Brugiatelli: E dove sta Unicredit?

Natale: Unicredit è una banca oh… Io ti ho detto, ti ho già detto l’indirizzo non posso darti più informazioni di questo se te non la trovi non è colpa mia

Brugiatelli: La banca dove… vabbè ridimmelo un’altra volta, porco dinci fratè io sto a venì oh io sto a venì lì, te sto a portà i soldi tutto quanto, me lo devi dare te l’indirizzo

Natale: Stai ancora con tuo amico, ti ho detto che devi rivenire da solo

Brugiatelli: Eh io vengo da solo, vengo da solo

Natale: Perché mi passi il telefono al tuo amico

Brugiatelli: Perché l’amico mio è più di Trastevere

Natale: Sento un sacco di voci, dietro che si sentono un sacco di voci, io ti ho detto di venire da solo

Brugiatelli: Ma guarda che io vengo da solo, io vengo da solo non ti preoccupà, però mi devi dire la banca, almeno la banca

Natale: Unicredit via Giuseppe Gioacchino Belli.

Secondo i difensori di Natale Hjorth (gli avvocati Francesco Petrelli e Fabio Alonzi) e quelli di Elder (Renato Borzone e Roberto Capra) «i ragazzi si aspettavano una sola persona e hanno reagito quando si sono trovati davanti i due uomini, credendo che fossero spacciatori». Ipotesi basata sul fatto che i due militari indossavano bermuda e magliette, erano disarmati e i loro tesserini non sono stati ritrovati. L’accusa ritiene invece che si trattò di un agguato pianificato e organizzato attraverso veri e propri appostamenti.

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